• Emergenza Sorrisi

Nassirya, un’emozione e una sorpresa!

Grazie alla sua passione per la musica nei tempi più difficili del lockdown ci ha regalato l’inno alla speranza “Io Rinascerò”. Stefano Antonelli, 56 anni, è medico cardio-anestesista rianimatore all’ospedale del Cuore di Massa Carrara e da anni volontario di Emergenza Sorrisi. Con emozione è partito dal 15 al 22 luglio in missione a Nassirya dove assieme all’equipe di medici e infermieri volontari ha restituito il sorriso a 98 bambini.

Nassirya è stata la missione della ripartenza per Emergenza Sorrisi, che cosa ha significato per te?

È stata contemporaneamente un’emozione e una sorpresa. Non credevo che nell’imminente ci fosse la possibilità di ripartire in missione. L’Iraq è un Paese difficile in cui il controllo per il Covid non è così strutturato come in altri Paesi. Confesso che avevamo un po’ di paura nel partire per questo Paese dove non eravamo sicuri di avere un’adeguata protezione. Invece, grazie al grande controllo sanitario attuato dagli uffici di igiene e sanità pubblica e dall’equipe dei medici locali, abbiamo potuto visitare i pazienti a scaglioni riuscendo a mantenere un adeguato distanziamento. La voglia di curare questi bambini è andata oltre ogni paura!

Si è sentita la vostra mancanza in Iraq dopo un anno e mezzo di stop delle missioni?

Il Covid-19 ha sicuramente frenato ogni sistema a livello mondiale e in un Paese come l’Iraq rappresenta una piaga poco controllabile. Nel Paese si sottostimano la potenzialità nociva del virus e la sua letalità. Questo ha comportato carenze nella formazione dei medici locali, soprattutto per quanto concerne i casi clinici più gravi. Parallelamente c’è stato un grande rallentamento anche nel percorso di guarigione di tanti bambini. Per questi motivi l’attesa del nostro arrivo era molto alta. Prima di partire abbiamo ricevuto tanti messaggi dai colleghi del luogo, ma anche da pazienti che avevano i nostri contatti e attendevano impazienti di incontrarci.

Da cosa è stato colpito in questa missione?

C’è una cosa che mi colpisce sempre in ogni missione. Noi partiamo per operare bambini che nascono con una malformazione del volto, ma poi veniamo coinvolti per un parere medico su patologie di ogni tipo. Gravi infezioni renali, intestinali, problemi respiratori i medici locali chiedono comunque la nostra opinione. A Nassirya ci sono venuti a chiedere come curare un bimbo di due anni con una grave epatite cui era stato proposto un trapianto di fegato che si poteva fare solo in Turchia. Loro hanno richiesto comunque un nostro parere. Penso che questo sia un esempio efficace per capire il credito che il team italiano di Emergenza Sorrisi ha in questo Paese.

Che impatto hanno i vostri interventi chirurgici nella vita dei pazienti?

Ogni intervento che facciamo ha la stessa importanza, operiamo il labbro leporino che è la cosa a minor impatto chirurgico, fino alle deformazioni più invasive del volto. In un Paese dove il volto spesso è coperto dal burqa, gli occhi delle persone hanno un impatto comunicativo molto importante. Il ruolo della correzione del volto è fondamentale da un punto di vista estetico, ma ancora più forte è la sua valenza sociale: ci sono bambini che non possono andare a scuola e che grazie a un intervento chirurgico hanno di nuovo accesso alla loro istruzione. La nostra mission si carica di una nobiltà estrema. Abbiamo fatto il possibile per operare in 5 giorni 98 bambini in un teatro operatorio formato da due soli letti. È fondamentale equilibrare la performance alla fatica mantenendo sempre qualità e sicurezza in ogni intervento.

In questa missione avete potuto contare sul supporto di due grandi ambasciatori del sorriso: Andrea Caschetto e Giuseppe Bertuccio d’Angelo.

La loro presenza è stata un’esperienza umana molto potente. Abbiamo scoperto di avere due amici che con simpatia e passione si sono impegnati a divulgare nei social e sul web tutto quello che hanno visto. Hanno saputo raccontare questa missione – per noi è abbastanza standard – rendendola un evento spettacolare. Dal punto di vista personale la cosa eccezionale è che ci hanno fatto sentire speciali. Non credevo che il nostro lavoro - che per noi è una routine - potesse suscitare ad occhi esterni così tanta emozione e ammirazione. Grazie a loro abbiamo sentito e percepito che stavamo facendo qualcosa di meraviglioso: donare una nuova possibilità a tantissimi bambini!