• Emergenza Sorrisi

Nicoletta, infermiera dal cuore grande

Infermiera da 25 anni, ha partecipato come volontaria a tantissime missioni di Emergenza Sorrisi. Dopo 15 anni in terapia intensiva neonatale, e l’esperienza in Croce Rossa come responsabile del servizio farmacia e coordinatrice infermieristica del centro educazione motoria della Croce Rossa Italiana, fa ora parte della task force medica dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Nicoletta racconterà la sua esperienza di volontaria all’interno della rubrica MyGivingStory che sarà trasmessa il 15 maggio sui canali social di GivingTuesday Italia.

Quando ti sei avvicinata al volontariato?

All’ospedale Fatebenefratelli ho conosciuto un medico che partecipava spesso alle missioni chirurgiche di Emergenza Sorrisi. I suoi racconti e il suo entusiasmo mi hanno incuriosito e ho preso la decisione di partire. Ho partecipato a tantissime missioni chirurgiche nei Paesi più poveri del mondo, e ci sono stati anni in cui la voglia di aiutare il prossimo era talmente tanta che ho partecipato anche a tre missioni in un anno. Mettermi a disposizione dell’altro fa parte di me e ho sempre voluto aiutare il prossimo. Prima di conoscere Emergenza Sorrisi facevo volontariato, ma in forma autonoma. L’associazione mi ha dato la possibilità di conoscere tanti professionisti con cui condividere l’obiettivo di restituire la speranza di un sorriso a tantissimi bambini.

C’è un ricordo che ti porti nel cuore?

Certamente. Eravamo in missione in Etiopia e abbiamo operato un bambino di 12 anni che aveva una grave palatoschisi che gli impediva di parlare. Dopo l’operazione ha recuperato la parola. È stato davvero commuovente sentirlo parlare e vedere le lacrime di gioia di suo padre. Due visi e un’esperienza che mi hanno profondamente segnata.

In che modo venite accolti nei Paesi di destinazione delle missioni?

Devo dire che in ogni Nazione e situazione siamo stati accolti sempre benissimo. Quando siamo stati in Paesi che purtroppo erano scenario di guerra abbiamo trovato persone molto spaventate verso il prossimo, ma nonostante la diffidenza iniziale ci hanno accolto sempre con gioia e calore. La lingua non è mai una difficoltà. Riusciamo a comunicare con i pazienti attraverso gli occhi e il linguaggio non verbale. Ricordo che in Etiopia però ci era stato dato un piccolo dizionario in cui scrivere alcune parole nella lingua locale. Sapevamo dire acqua, dolore, pipì ed era un piccolo modo per essere ancora più vicini ai bambini da operare.

Cosa ti spinge a fare volontariato?

Mi faccio spesso questa domanda. La verità è che per stare bene ho bisogno che le persone accanto a me stiano bene. Per rendere questo possibile cerco nel mio piccolo di aiutare qualcuno a vivere meglio e a poter avere una vita più normale. Nei Paesi dove operiamo ci sono tanti bambini che vengono allontanati dalla propria comunità a causa delle malformazioni congenite del volto. Quando vedo che un bambino riacquisisce alcune funzionalità che si danno per scontate, come mangiare, bere bene e respirare sto meglio. Il benessere dell’altro mi rende davvero felice. Per avvicinarsi al volontariato occorre essere molto motivati, avere la capacità di adattarsi anche alle situazioni più difficili, ma soprattutto avere piacere nell’aiutare il prossimo.