• Emergenza Sorrisi

Una missione è una rinascita!

Francesca Pacelli è la responsabile organizzativa delle missioni di Emergenza Sorrisi. Nel 2004 la sua prima missione a Minsk è stata come una “chiamata” e da quel giorno ogni mese dell’anno è in viaggio verso un territorio diverso dove portare aiuto e sorrisi. Dal 15 luglio guiderà l’equipe di medici e infermieri volontari nella prima missione chirurgica di Emergenza Sorrisi dopo la pandemia. Si raggiungerà Nassyria, dove presso l’Habobbi Teaching Hospital saranno curati tantissimi bambini.


Cosa significa dopo tanto tempo prendere parte a una missione chirurgica?

Per me significa ripartire. La mia vita prima dell’emergenza sanitaria era tutta una partenza, una missione e un ritorno. Rivedere dopo più di un anno gli amici e volontari di Emergenza Sorrisi e poter condividere con loro liberamente pensieri e la gioia di una missione è una cosa che aspettavo da tempo. La missione è qualcosa che ti riempie e per me questo periodo è stato come vivere una vita a metà.


A quanti anni la prima missione?

Avendo fatto la scuola di interpretariato parlo molto bene inglese e russo. Nel 2004 mi è stato chiesto di partire come volontaria e interprete in una missione internazionale a Minsk. Era la prima volta che partivo ed ero piena di paure, ma in quell’occasione è successa una cosa speciale che ho interpretato come un segno. In passato avevo lavorato per un ente morale che si occupava di profughi in fuga dall’Unione Sovietica che venivano ricollocati e iniziavano una nuova vita in un altro Paese. Appena arrivata a Minsk, vedo un ragazzo anestesista che si avvicina e mi dice “Vyedushaia” che in russo significa colei che conduce. Era un ragazzo russo che nella mia precedente esperienza di lavoro ero riuscita a far andare in America ed era diventato medico ed ora eravamo nella stessa missione umanitaria! Da quel momento mi sembrava che avessi fatto questo lavoro da sempre, ho preso coraggio e non mi sono più fermata. La prima missione con Emergenza Sorrisi invece è stata nel 2007 in Mozambico. Non è stato semplice ma gli italiani hanno una capacità di entrare in punta di piedi nei Paesi rispetto a tante altre organizzazioni. L’empatia è stata immediata sia con le istituzioni e i medici locali. Ogni bambino operato è come un miracolo che si compie e ci ha dato la forza per organizzare tantissime altre missioni.


Tra le centinaia di missioni cui hai partecipato c’è un ricordo che porti nel cuore?

Sicuramente l’Iraq. Lo considero la mia medaglia. La prima volta che sono partita per questo Paese c’era la guerra. Indossavo un giubbotto antiproiettile e l’elmetto e sono arrivata con un aereo militare. Un contesto davvero difficile, ma con la volontà di riuscire abbiamo organizzato la prima missione in un territorio di guerra. Eravamo nel campo di Tallil, in cui risiedevano le truppe di diversi eserciti. La cosa che mi ha colpito è che abbiamo creato una bolla di umanità che non scorderò mai nella vita. Nel campo arrivavano bambini e famiglie e i soldati poggiavano i mitra portando in braccio i bambini feriti. Un’emozione fortissima!


Qual è la cosa più difficile quando si organizza una missione?

Se la missione viene organizzata in un posto dove siamo presenti da tempo in realtà è tutto molto semplice. Negli anni si impara a costruire un team adeguato, capace di lavorare in sinergia e secondo delle prassi consolidate. Quando in missione c’è un obiettivo comune – quello di curare più bambini possibile – è più facile andare all’unisono perché i problemi si risolvono. I volontari che partono con noi vivono la magia della missione. Partono per fare solo il meglio e donare tutti se stessi. In missione si crea un’atmosfera particolare per cui non ci sono fatica e stanchezza. Tu sai di aver fatto il massimo perché ad ogni bambino che viene operato tu cambi la vita. Ed è questa la cosa più preziosa.


Con il Covid come è cambiato l’iter organizzativo di una missione?

In realtà in ogni missione esiste la possibilità di incontrare un virus. Ma un cambio di vita così improvviso e lungo non era prevedibile. Tornati dall’ultima missione fatta a Tunisi a febbraio 2020 ho cominciato ad organizzare subito le nuove missioni. Poi è precipitato tutto, anche se ho provato ad essere sempre positiva. Quando si organizza una missione si crea assembramento perché centinaia di famiglie raggiungono gli ospedali dove operano i nostri medici. Per questo motivo abbiamo scelto Nassyria come città in cui organizzare la missione della ripartenza, una città dove siamo presenti da 10 anni e in cui è possibile davvero fare squadra con i medici locali ed evitare gli assembramenti. Abbiamo organizzato lo screening dei bambini in modo tale che ogni giorno ci sia un numero limitato di famiglie e che le regole per il covid fossero seguite. E poi tampone molecolare in partenza e al ritorno, e per me una quarantena di 10 giorni, da cui però sono esonerati i sanitari. In ogni caso la cosa più importante è ripartire!


Quale è il costo per sostenere una missione?

Ogni missione ha un costo a sé. Nel corso degli anni però abbiamo quantificato che per operare un bambino servono circa 250 euro. I medici partono gratuitamente come volontari sfruttando le loro ferie. Dobbiamo sostenere però i costi dei materiali sanitari che sono la voce più importante. Ad esempio 36 fili chirurgici costano circa 400 euro. I finanziamenti che riceviamo sono di diverso tipo: utilizziamo le donazioni da privati o presentiamo dei progetti alle fondazioni che poi vengono finanziati. A volte vorrei che ognuno potesse vedere cosa succede in una missione. Il risultato, l’empatia, la gioia, il cambiamento e lo stupore del padre del bambino e della mamma che si allargano fino a contagiare l’intero villaggio. Una vera e propria rinascita.